Riabitare la città dopo l’emergenza, tra distanze e nuove forme di prossimità.

Re-inhabiting the city after the emergency

Discussant: Paola Di Biagi, Coordinatrice: Sara Basso

Sessione 1

La crisi pandemica che stiamo attraversando ha drammaticamente aggravato e accentuato fragilità e contraddizioni nella società contemporanea, facendo ulteriormente emergere come la città rifletta e origini disuguaglianze, non solo tra corpi sociali, ma anche tra generi e generazioni, tra corpi sani e corpi fragili. La vulnerabilità di anziani, bambini, persone ammalate e diversamente abili è apparsa ancor più evidente quando la vita delle famiglie si è tutta ritirata e ristretta all’interno degli spazi domestici. Molte e diverse le criticità che si sono riversate sulle famiglie e, in particolare, sulle donne le quali, per far fronte all’emergenza, sono ancor più costrette alla difficile conciliazione di tempi e lavori diversi. La mancanza in molte città e quartieri di un’efficiente infrastruttura sociale, tradotta spazialmente in luoghi e servizi capaci di assicurare forme di protezione, cura e assistenza ai soggetti fragili, e a chi li ha in carico, acuisce ulteriormente diseguaglianze e vulnerabilità.

Una duplice prospettiva induce a riflettere su come la pandemia investa la sfera dei corpi e della loro relazione con la città. Entro una prima prospettiva, l’attenzione è posta sulla capacità dello spazio urbano di accogliere, curare, garantire il benessere degli abitanti. Se in questi mesi evidente è stata l’inadeguatezza di alcune politiche relative ai servizi e alle attrezzature collettive, altrettanto urgente è apparsa la necessità di un più ampio progetto di valorizzazione del loro potenziale per una ‘città collettiva’ capace di garantire a tutti gli abitanti diritti e accessibilità.

Da una diversa prospettiva, però, la crisi che stiamo attraversando induce a riflettere sul lavoro di cura come pratica complessa che supera la sola sfera domestica per comprende l’insieme di quelle attività svolte, da donne e da uomini, per migliorare la vita quotidiana di tutti, ridefinendo i confini tra sfera privata e sfera pubblica e generando spazi di mediazione e prossimità in grado di ridurre distanze, fisiche e sociali.

Uno sguardo retrospettivo ci fa ulteriormente comprendere come simili questioni siano da sempre centrali per l’urbanistica, fondative nel progetto di una città più giusta e più abitabile per tutti. Anche in Italia, nella seconda metà del XX secolo, numerosi studi, strumenti urbanistici e progetti hanno posto al centro un’idea ampia di abitabilità e di benessere urbano. Il contributo delle donne (come progettiste e attiviste) è stato in questo decisivo, specie in alcune esperienze che hanno accelerato il processo di codificazione delle ricerche sul benessere in città e la loro traduzione in norme (si pensi ad es. al decreto sugli standard del 1968). Gli esiti di quel processo si riconoscono nel deposito al suolo di un importante patrimonio di spazi e servizi da rivalutare e rimettere a sistema nella città contemporanea. Ritornare a quelle esperienze e ai loro esiti può essere utile a prefigurare soluzioni innovative per ri-abitare le nostre città e tornare a condividere spazi e servizi, tra distanza e prossimità.

 

Alla luce di queste considerazioni, intento della sessione è riflettere, anche adottando la prospettiva della tradizione disciplinare, su esperienze, pratiche e progetti che evidenzino:

  • quali pratiche possano tradursi in progettualità capaci di generare e modi del vivere assieme che contribuiscano a favorire convivenza tra popolazioni diverse (dai presidi sanitari, agli orti urbani, a nuove e diffuse attrezzature all’aperto per lo sport, ecc.);

  • comepossanoconcorrerearidurredisuguaglianzesocialia soggetti fragili come anziani, bambini, ragazzi, ecc. (dalle scuole aperte al quartiere e flessibili negli usi, a nuovi spazi per didattica e formazione all’aperto, ai playground,ecc.);

  • come,‘esperti’o‘comuni’,possanocontribuireallacostruzionediculturedell’abitare che si pongono l’obiettivo di rendere la città più abitabile per tutti (pratiche e processi bottom-up che alimentano politiche e progetti per nuovi servizi alla comunità e attrezzature collettive,ecc.).

 

Città in crisi e diseguaglianze
Cities in crisis and inequalities

Discussant: Francesco Lo Piccolo, Coordinatrice: Anna Savarese

Sessione 2

L’intensificarsi delle diseguaglianze socio-economiche e spaziali all’interno dei processi di urbanizzazione manifesta una delle sue evidenze più significative in termini spaziali nella crescita e diversificazione dei fenomeni di polarizzazione di povertà e ricchezza, e nella loro conseguente diffusione territoriale (Fincher e Jacobs, 1998). Un fenomeno che necessita di una ri-articolazione tanto della spazialità quanto delle questioni di giustizia “della” e “nella” città. Anche soltanto limitando il campo di osservazione alle città europee, è possibile rileggere i segnali di una crisi urbana che, se dal punto di visto teorico sembra mettere in discussione i tradizionali modelli di analisi socio-spaziale degli studi urbani e territoriali, dal punto di vista delle pratiche urbanistiche pone non poche (e problematiche) questioni in termini di costruzione di una dimensione dell’abitare plurale e inclusiva.

Il panorama è certo molto più articolato e complesso che in passato: e questo non solo in ragione della pluralità (etnica, culturale, di identità e ruoli) del corpus sociale. Alcuni parametri sono indubbiamente venuti meno, a partire dall’alterazione dei fenomeni di radicamento territoriale e dalla profonda crisi dello stato sociale. Polarizzazione spaziale di povertà e ricchezza, diffusione, differenziazione e trasmissione intergene- razionale delle diseguaglianze (Franzini, 2010; Checchi, 2012), segregazione spaziale (Musterd, 2005), e nuove geografie dell’esclusione aumentano i livelli complessivi di vulnerabilità sociale degli individui e delle famiglie su cui si riversano le nuove forme di povertà inasprite dalla crisi economico dettata dall'attuale emergenza sanitaria, ponendo anche questioni sotto il profilo della coesione sociale (Alietti, 2013). Nella più grande crisi di salute pubblica di tutti i tempi, con le città al centro della pandemia, la questione urbana è riemersa come una complessa questione socio-spaziale dove l'inasprimento delle diseguaglianze fra "haves" e "have nots" si misura non soltanto in termini di deprivazione economica, ma anche sotto il profilo dell'ac- cessibilità a beni, spazi e servizi pubblici. In mancanza di sistemi di welfare e dotazioni urbane in grado di affrontare adeguatamente le esigenze e le problematiche degli strati sociali più deboli della popolazione, durante questa crisi, abbiamo assistito ad un attivazione delle reti di assistenza reciproca tra gruppi minoritari e/o in condizioni di disagio e attori del terzo settore. Nelle periferie urbane, luoghi in cui si registrano i più alti deficit di servizi e spazi pubblici e l'assenza di una politica pubblica dell'abitare si manifesta attraverso i fenomeni di occupazione abusiva di alloggi e proprietà pubbliche, la governance informale ha svolto un ruolo fondamentale nel contenere gli effetti sociali dei primi mesi dell'emergenza epidemiologica a fronte dei ri- tardi dell'intervento istituzionale.

Siamo di fronte a un momento di cambiamento e incertezza senza precedenti, che ci costringe a riconsiderare le nostre convinzioni non solo sullo spazio pubblico (fisico e politico) ma anche sui temi dell'agenda urbana nel mondo post-Covid. In che modo si trasformeranno o adatteranno spazi, storie e soggetti del welfare urbano a fronte del mutare degli assetti sociali della città? E ancora, come le ragioni del sapere tecnico torneranno a dialogare con le ragioni di chi, quotidianamente, sperimenta l'esclusione fisica e sociale? O, di contro, quali caratteristiche ed efficacia potranno assumere i tradizionali modelli di azione pubblica rispetto ai cambiamenti strutturali delle città?

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Alietti A. (2013), “Spazi urbani, disuguaglianze e politiche di coesione sociale Un nuovo paradigma neoliberista?”, in Theomai n. 27-28, pp. 4-15.

Checchi D. (a cura di) (2012), Disuguaglianze Diverse, il Mulino, Bologna.

Franzini M. (2010),. L'Italia Ricchi e poveri e le disuguaglianze (in)accettabili, Università Bocconi Editore, Milano.

Fincher R. e Jacobs J.M. (1998), Cities of Difference, Guilford, New York.

Musterd S. (2005), “Social and ethnic segregation in Europe: levels, causes, and effects”, in Journal of Ur- ban Affairs, Volume 27, Number 3, pp. 331-348.

 

L’insegnamento della pianificazione e dell’urbanistica in Italia e nel mondo
The teaching of planning and urban planning

Discussant: Laura Fregolent, Coordinatore: Antonio Acierno

Sessione 3

La professione dell’urbanista e pianificatore urbano e territoriale ha subito nel corso dei ultimi decenni un profondo cambiamento sia nell’ambito delle conoscenze (sempre più complesse e diversificate), sia degli ambiti di intervento come del ventaglio di soggetti ai quali offrire le sue competenze. Il tradizionale spazio di lavoro nel settore della pubblica amministrazione oggi appare solo uno dei possibili campi di esercizio professionale, insieme a quello privato (in espansione) ed il terzo settore: è possibile affermare che si manifesta complessivamente una domanda sempre più allargata dei saperi che un urbanista/pianificatore detiene e mette in campo.

Questa evoluzione – descritta in estrema sintesi – corrisponde ad un cambiamento radicale della società, delle dinamiche economiche che hanno attraversato il nostro paese, l’Europa ed il mondo intero anche se con processi ed intensità diverse, ad uno spazio sempre più ampio delle nuove tecnologie e delle loro potenzialità di utilizzo.

Questi diversi processi hanno avuto un’inevitabile ricaduta sulla formazione dell’urbanista e del pianificatore e più in generale sull’insegnamento complessivo delle materie urbanistiche all’interno dei diversi Corsi di studio anche non specificatamente orientati alla formazione di urbanisti e pianifica- tori. Ricadute sia in termini di “nuovi” contenuti scientifici e tecnici, di imprescindibili approcci inter- disciplinari, di innovative capacità: a) per rispondere alle sfide che il contesto globale impone (in primis le questioni connesse ai cambiamenti sociali ed economici, ai processi di urbanizzazione planetaria, alle migrazioni e alla costruzione di una società multiculturale, agli impatti sull’ambiente, all’intervento sulle aree abbandonate, ai processi di rigenerazione urbana, alle questioni che la sostenibilità impone in termini molto ampi, e non ultima l’emergenza sanitaria che ci ha travolto); b) per affrontare gli esiti di processi che hanno attraversato le università – nel nostro paese in partico- lare, in tempi ed in modi diversi – e che hanno spinto verso una formazione sempre meno specialistica e sempre più interdisciplinare, con una notevole spinta all’internazionalizzazione della didattica (anche attraverso corsi dedicati, istituzione di doppi titoli, percorsi formativi strettamente legati alla ricerca), alla diversificazione degli interessi di ricerca (spesso fortemente legati ai finanziamenti nazionali, finanziamenti europei, di fondazioni internazionali, ecc.) – sia dal punto di vista dei con- tenuti che delle risorse economiche che a loro volta hanno determinato importanti ricadute sulla didattica. Inoltre e non secondario il ruolo che i sistemi di valutazione della ricerca e della didattica, basati su indicatori di performance, hanno progressivamente acquisito.

 

Tutto questo – avvenuto non senza critiche o resistenze – ha modificato nel corso del tempo il ventaglio delle conoscenze di base, la risignificazione dei contenuti, la rivisitazione delle competenze “minime” che si ritiene un urbanista/pianificatore debba possedere per saper gestire la complessità dei contesti, dei temi e delle nuove domande che provengono dal territorio nell’ottica di una rinnovata capacità di pianificare e gestire il cambiamento.

Sviluppare tale capacità, cioè educare i professionisti della pianificazione a far fronte a tali sfide è un compito difficile che mette in tensione le modalità dell’insegnamento e dell’apprendimento con l’offerta didattica che oggi l’Università eroga in un quadro di multietnicità, disuguaglianze socio- economiche profonde, gravi rischi ambientali, processi di integrazione e inclusione sociale.

In questo quadro l’Università dovrebbe riuscire ad assicurare percorsi formativi innovativi, stimolare la formazione di nuove professionalità, per altro già presenti nel campo delle pratiche. La responsabilità sociale degli istituti di istruzione non può che spingere verso una formazione che oltre alla sfera della conoscenza scientifica dia spazio ad atteggiamenti orientati all’azione e al coinvolgimento attivo nelle pratiche.

Ma ancora una volta la questione centrale che si pone è quella del ruolo e della figura dell’urbanista e pianificatore, della sua capacità di lettura, decodificazione ed intervento sullo spazio, del suo sa- persi confrontare con le nuove condizioni, alle diverse scale in cui queste si manifestano, con effetti globali ma anche con ricadute locali, con le molteplici implicazioni in termini di crescenti disuguaglianze sociali acuite dall’arretramento del welfare state, di incalzante richiesta dal basso di partecipazione ai processi decisionali, di un rinnovato quadro di regole certe e risposte celeri alle do- mande che le città impongono.

Tutto questo richiede saperi, conoscenze, strumenti e pratiche formative in parte nuove, capaci di rispondere a questa complessità crescente, di costruire sinergie e relazioni, di saper leggere temi ed istanze per tradurli in azioni e progetti di piano.

Sinteticamente si elencano alcune domande, tra le altre, sulle quali pare importante soffermarsi:

  • Come cambia o è cambiato l’insegnamentodell’urbanistica?

  • Quali le competenze minime che un urbanista deveavere?

  • Quale la relazione tra sapere tecnico, pianificazione spaziale e strumenti, governo del territorio eformazione?

  • Quali le pratiche educative innovative capaci di promuovere sinergie tra insegnamento, ricerca e società; che spingono ad una collaborazione con i diversi soggetti coinvolti: le amministrazioni pubbliche, le comunità locali, le ONG, i portatori diinteressi?

  • Quanto la dimensione ed il dialogo a livello internazionale porta nuovi approcci, riflessioni, sollecitazioniefacilitalacostruzionediunaprospettivadiricercaediformazioneinterculturale?

  • Quali le esperienze condotte e come sono statevalorizzate?

  • Quali i limiti e le sfide nel medio e lungotermine?

 

Parole chiave: Formazione, ricerca, innovazione, società, pianificazione dell’insegnamento, apprendimento, internazionalizzazione, strumenti, inclusione sociale, sfide globali, sostenibilità.

 

Spazi pubblici e rigenerazione sostenibile
Sustainable regeneration and livable and healthy public spaces

Discussant: Pietro Garau, Coordinatrice: Marichela Sepe

Sessione 4

Negli ultimi venti anni gli spazi pubblici hanno assunto significati e funzioni che si sono adeguate al sempre più rapido cambiamento della società, alle emergenze ambientali e sanitarie, allo sviluppo tecnologico.

La rigenerazione di luoghi e territori ha, su una scala più ampia, avuto un simile processo di cambia- mento, adeguandosi alle esigenze di marketing territoriali e, allo stesso tempo, rispondendo alle trasformazioni effetto di crisi ambientali, sanitarie, ma anche sociali, economiche e culturali.

Il rapporto tra le operazioni di rigenerazione urbana e gli spazi pubblici in esse previsti è molto stretto ed il buon successo delle une spesso dipende anche da un’adeguata realizzazione degli altri. Ma è pur vero che uno spazio pubblico di successo può nascere anche dal basso o in autonomia, ovvero senza necessità di un più ampio progetto di rigenerazione del territorio circostante.

Per poter comprendere genesi ed effetti delle trasformazioni di questi luoghi è importante comprendere strumenti urbanistici, tipologia di finanziamenti, progettazioni, soggetti e attori coinvolti, ma anche politiche, usi, fruizioni, gradimento delle persone e successo di quello spazio. Metodi e strumenti di analisi sono a questo scopo proliferati al fine di fornire dati idonei per studiare fattori di successo e criticità progettuali.

Oltre agli aspetti teorici, definitori e alle nuove metodologie di studio delle trasformazioni urbane, alcuni degli aspetti sui quali si chiede particolare attenzione in questa sessione riguardano le buone pratiche di spazi pubblici, sia come operazioni singole che nell’ambito di progetti più ampli di rigenerazione urbana, rispetto a uno o più di questi aspetti:

  • Salute urbana e vivibilità dei luoghi

  • Mobilità, micromobilità e fruizioni Usi misti e sostenibilità

  • Identità dei luoghi, percorsi esperienziali e turismo

  • Usi differenziati per gruppi di età ed esigenze (bambini, adulti, anziani, mobilità ridotta)

  • Nuove tecnologie, comunicazione, gradimento delle persone

  • Strumenti urbanistici e finanziamenti

Infine, considerando il particolare periodo di emergenza sanitaria, saranno benvenuti contributi che evidenzino come il Covid19 abbia modificato uso e percezione dei luoghi da parte delle persone e/o eventuali buone pratiche o soluzioni progettuali ai fini di un utilizzo appropriato e sostenibile.

 

Le nuove geografie dello sperimentalismo democratico

The new geographies of democratic experimentalism

Discussant: Pierluigi Properzi, Coordinatore: Simone Ombuen

Sessione 5

Raccontare la storia ha senso perché consente di cambiare il presente. La visione di futuro che il piano ispira si concretizza se costruendo delle aspettative credibili è in grado di retroagire nel presente, orientando i comportamenti dei soggetti. Per questo l’INU ha scelto di rileggere la sua storia, a novant’anni dalla fondazione, attraverso letture della capacità dei piani di governare le trasforma- zioni, e degli effetti conseguiti nell’orientarle. Letture condotte per verificare/falsificare alcune ipotesi interpretative.

Gran parte del dibattito disciplinare tradizionale si è fondato su dualismi che, in una sorta di reciproca legittimazione, tendono a sopravvivere anche alla Mutazione in atto della “razionalità urbanistica” e delle stesse componenti costitutive della sfera pubblica (diritti – istituzioni – modelli sociali di sviluppo).

Nel superamento in corso di questi dualismi, sul piano concettuale ma ancor più nelle prassi, due di essi in particolare meritano una riflessione:

 

  • Una fra approcci regolativo-amministrativi e approcci cultura- listi-progettuali, che hanno alimentato gran parte del dibattito urbanistico del XXsecolo.

  • Una nuova concezione del che non si ponga in contrapposizione al regionalismo, ma come una nuova territorializzazione nelle politiche pubbliche, capace di ripensare in visioniunitariepolitichedifferenziatesulpianolocale,interpretandocosìlastrutturaledifferenziazionedi città e territoriitaliani.

 

Questa varietà culturale e etnografica dell’Italia, sempre più spesso letta e interpretata attraverso i big data e rappresentata con gli strumenti dei GIS, rinvia ad altre dimensioni della mutazione. Il Novecento, finito come storia, è finito anche nella capacità delle sue ideologie di spiegare il Mondo. Stiamo vivendo un’eclisse della democrazia come luogo di convergenza di alcune filosofie della sto- ria. Il libro di Lucio Gambi, Una geografia per la storia, disegnava un ruolo della geografia riconoscendo l’egemonia della storia come evoluzione delle forze produttive sociali, nel dare struttura alla descrizione in cui si inseriva il ruolo del geografo. L’urbanistica novecentesca ha utilizzato tale medesima koinè culturale, riconoscendo l’importanza del settore produttivo come traino dello sviluppo, e della necessità di riconoscere le condizioni di riproduzione sociale e di welfare indispensabili alla coesione sociale, dalla abitazione popolare al sistema di verde e servizi, che poi si ritrovano nei piani urbanistici.

Oggi il ritorno a usare l’interpretazione geografica segnala l’insufficienza della storia nel fornire chiavi interpretative unificanti. Il capitalismo della dispersione degli anni duemila ha contraddizioni diverse da quello novecentesco della concentrazione. Si tratta di un ribaltamento clamoroso nella storia della cultura, e quindi nella comprensione del ruolo della pianificazione, che nacque per gestire le contraddizioni della concentrazione, e la ricerca It.Urb.80, promossa da Astengo, espresse la angosciosa presa di coscienza di questo interrogativo. Nella pianificazione tale cambio di paradigma è coinciso con l’introduzione di elementi di paesaggio come costitutivi dell’identità dei luoghi, ed attraverso di essi dell’identità delle comunità (Magnaghi), mentre il piano comunale di olivettiana cultura era espressione dei rapporti di produzione e della comunità-fabbrica.

Oggi alcune delle condizioni storiche della pianificazione novecentesca sono così in condizioni problematiche (crisi e disintermediazione del “locale”, crisi della democrazia rappresentativa, arretra- mento dello stato nazionale, crisi fiscale e di bilancio degli enti locali, etc.), mentre la crisi del Covid- 19 chiede capacità di controllo dello spazio fisico che l’easy life del trentennio liberista ha in parte rilevante cancellato.

La formazione degli strumenti regolativi e la configurazione delle politiche a partire dalla concretezza espressa dai luoghi, dai loro caratteri ambientali e dalla loro configurazione fisica culturale e sociale consente di far emergere queste questioni, che una lettura storicistica o teorica non raggiunge, superando l’assenza di un condiviso modello sociale di riferimento.

I variegati modelli di pianificazione emersi nelle esperienze dell’INU hanno costituito in questi novant’anni un crogiuolo di elaborazione, con capacità di ancoraggio alla concretezza del presente, consentendo di sperimentare evolutivamente tali profonde mutazioni. Rimane tuttavia dirimente una dimensione “centrale” delle strategie, garantita da una condizione di democrazia rappresentativa sostanziale.

 

Questa sessione della giornata INU di Napoli sollecita quindi contributi e interventi orientati a una riflessione sulle potenzialità dello sperimentalismo democratico come prassi riflessiva su tali con- tradizioni, e ricompositiva nei diversi contesti dell’approccio progettuale (Progetto Urbanistico – di territorio e di Paesaggio) e dell’approccio regolativo, inteso come concreta garanzia di esercibilità di nuovi diritti di cittadinanza in nuovi spazi, mediando nuovi interessi pubblici e privati.

 

Di seguito alcuni campi di riflessione

 

  • Quali esiti dai dualisminovecenteschi?

  • La sperimentazione delle e nelleregole

  • Quadri conoscitivi per le arenedeliberative

  • Politiche pubbliche neocontrattuali e/o neoutilitariste: regole condivise vs mezzi coerenti aifini

  • Programma politico culturale vs Statutidisciplinari

  • Democrazia – democrazie –divari

  • La suggestione di soluzioni generali, una eredità della razionalità urbanisticacomprensiva

  • L’urbanistica ha fallito sulla scala (C.Olmo)

 

L’urbanistica italiana e il contesto europeo. Convergenza, identità, eccellenze.

Italian urban planning and the European context. Convergence, identity, excellence

Discussant: Umberto Janin Rivolin, Coordinatore: Giancarlo Cotella

Sessione 6

Quando 90 anni or sono l’Istituto Nazionale di Urbanistica vide la luce in Italia, l’Europa era un continente dilaniato da Stati-nazione che, a pochi anni dalla tragica Grande guerra, preparavano sciaguratamente il terreno per un conflitto ancor più violento e devastante. Da quelle ceneri e da quella disperazione sarebbe finalmente sorta la Comunità europea, cresciuta per estensione ed importanza nella seconda parte del ‘900 fino a diventare l’Unione europea che oggi, tra luci e ombre, conosciamo. La UE, malgrado le molte difficoltà iniziate con il nuovo millennio, la scarsa lungimiranza dei nuovi leader, i crescenti rigurgiti nazional-populisti (una conseguenza quasi naturale) e, in definitiva, il recente non lieve calo di popolarità, resta l’invenzione istituzionale senza precedenti che ha consentito alla culla della civiltà occidentale di salvarsi e persino di prosperare – fino a quando non è dato sapersi – in un mondo sempre più globalizzato e stravolto da cambiamenti tecnologici incessanti e sempre più spesso fuori controllo.

La proposta dell’INU, al suo nascere, fu – nelle parole di Gustavo Giovannoni, forse il più autorevole e consapevole dei suoi fondatori – l’affermazione sociale di un sapere tecnico e professionale auto- nomo che, soprattutto attraverso il «piano regolatore» – «un compito complesso di tecnica e di Arte» –, fosse capace di «determinare l’avviamento urbanistico nell’avvenire» (cit. da “Vecchie città ed edilizia nuova”, 1931). Da tale proposta prese forma la Legge urbanistica nazionale del ‘42, così come i precetti di Patrick Abercrombie condussero al Town and country planning Act del ‘47 nel Regno Unito, e come generalmente avvenne – a cavallo del secondo conflitto mondiale – in ogni Stato d’Europa. Dal dopoguerra in ciascuno Stato, con differenze di non poco rilievo nelle declina- zioni amministrative, tecniche, culturali e persino semantiche, il governo del territorio (fin da subito già indicato con questa espressione in Francia: aménagement du territoire) è diventato funzione costituzionale affidata, in modo particolare, al sapere tecnico della pianificazione spaziale.

Come è noto, l’Unione europea non detiene competenze formali di governo del territorio ma, poiché l’ordinamento dello spazio è indispensabile a coordinare qualsiasi politica economica e sociale, si ritrova da circa 30 anni a formulare sotto varie forme (dal celebre SSSE alla distribuzione dei fondi strutturali, ai programmi di cooperazione territoriale e di sviluppo urbano ecc.) politiche spaziali di cui gli Stati devono, in qualche modo, tenere conto. Ciò ha sollecitato, almeno fin dall’elaborazione dello “EU Compendium of Spatial Planning Systems and Policies” (1997), il bisogno di una conoscenza più circostanziata dei sistemi di governo del territorio nel contesto europeo e il confronto tra i modelli e le pratiche di pianificazione spaziale esistenti in Europa. In questo quadro di confronti, che comunque non prevede finalità di omologazione, i successi ma anche i fallimenti dell’urbanistica italiana possono contribuire non poco alla conoscenza e alla riflessione.

 

Aree interne e Mezzogiorno: squilibri territoriali e politiche di riequilibrio regionale e governo del territorio.

Inland areas and the South: territorial imbalances and regional rebalancing policies

Discussant: Domenico Passarelli, Coordinatore: Giuseppe Guida

Sessione 7

“I luoghi hanno una loro posizione geografica, spaziale, ma sono sempre, ovunque una costruzione antropologica “(Vito Teti).

La sessione ha un duplice obiettivo: da una parte consolidare le esperienze, le ricerche e le politiche in corso, e dall’altro quello di esplorare possibili orientamenti strategici ravvisandone i caratteri in- novativi rispetto allo stato dell’arte. Il fine ultimo, auspicabilmente attraverso un confronto di saperi diversi, è quello di delineare orientamenti metodologi capaci non solo di “arrestare” il fenomeno dello spopolamento e dell’abbandono delle aree interne ma soprattutto di non farle passare più come problema ma presentarli come opportunità di sviluppo territoriale. La ripresa demografica e il riutilizzo del territorio sono anche la condizione, assieme a specifici progetti mirati, per arginare e invertire il dissesto idro-geologico e il degrado del capitale culturale e paesaggistico. Questo significa dare concrete opportunità alle comunità che vivono in questi territori affinché continuino ad abitarle programmando interventi in termini di conservazione e mantenimento delle attività, di riproposta di servizi per un miglioramento della qualità della vita. I caratteri paesaggistici di questi territori e dei suoi centri storici, così come i valori delle tradizioni culturali, della biodiversità e dell’agricoltura sostenibile sono da ritenere una vera opportunità per un riequilibrio di tutto il territorio. La risorsa su cui si fonda la proposta è in senso generale “la cultura del territorio”, facendo riferimento al patrimonio di storia che le aree interne possiedono e possono offrire, contrastando il processo di omologazione verso il quale la società locale era stata spinta da forme di sviluppo de- contestualizzate e insostenibili. Vengono quindi ritenuti fondamentali la valorizzazione dei centri storici e degli elementi peculiari dell’identità locale, le emergenze architettoniche che narrano la storia del territorio, le tradizioni della cultura materiale, il “saper fare” tradizionale. Alla politica di coesione dell’UE si aggiunge quanto emerge dalla Legge n. 56/2014 che fissa le funzioni della Città Metropolitana e apre un dibattito sulle Mission della Città e sulle “forme” di pianificazione e di governance. Una prima riflessione si riferisce alle diverse e spesso contrastanti forme di pianificazione e programmazione previste dalle diverse legislazioni regionali. In tale contesto risulta opportuna una riflessione collettiva e critica sulla pianificazione d’area vasta come strumento delle politiche urbane e territoriali che episodicamente, settorialmente, separatamente sono emanate dal governo o dalle regioni, che scontano l’assenza di visioni strategiche, d’insieme e su prospettive di lungo periodo, elaborate localmente o per tutto il paese.

 

Aree naturali protette, servizi ecosistemici e governo del territorio: evoluzioni normative e pratiche

Protected natural areas, ecosystem services and territorial governance

Discussant: Angioletta Voghera, Coordinatore: Andrea Arcidiacono

Sessione 8

In risposta agli obiettivi prefissati per il 2020 dall’Aichi Biodiversity Target 11, la superficie del territorio riconosciuto e gestito come Area Protetta (AP), risorsa rilevante per la biodiversità e i servizi ecosistemici continua a crescere a livello globale: dal 14,7% nel 2016 al 14,9% nel 2018, con un aumento significativo delle AP marine, che passano dal 10,2% nel 2016 al 16,8% nel 2018 (CED PPN, Rapporto dal Territorio 2019). Anche in Europa le AP rappresentano un insieme articolato di categorie di tutela, definite dalle singole legislazioni nazionali o regionali con obiettivi e criteri diversificati, che negli ultimi decenni cresce in modo costante, includendo un vasto insieme di paesaggi che comprende circa il 24% del territorio (CED PPN 2019, con riferimento a 41 Paesi). Questo sistema conferma il ruolo strategico come conservation biodiversity cornerstones alle sfide poste dai grandi cambiamenti globali climatici, ambientali e sociali (Dudley et al. 2017), coerentemente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (contribuendo a tutti gli SDGs e in particolare SDG 14 Life below water e SDG 15 Life on land; UN Agenda 2030, 2015).

Cruciale valutare a livello nazionale l’esito delle politiche internazionali di conservazione della natura, con riferimento al contributo delle “Key Biodiversity Areas”, siti di particolare rilievo per la conservazione della biodiversità terrestre e dei servizi ecosistemici (al 47% coincidenti con le AP istituite). Va inoltre considerato come le AP stiano affrontando le sperimentazioni sul piano della conoscenza e “pagamento” dei servizi ecosistemici per la tutela, pianificazione e gestione del territorio protetto, in attuazione della Strategia Nazionale per la Biodiversità (MATTM 2010), in rapporto al contesto, soprattutto a quello urbano. Occorre infatti considerare la loro rilevanza per il contesto, considerando l’area protetta elemento centrale di un contesto territoriale più vasto con il quale condividere obiettivi di qualità (WCC IUCN “Benefit Beyond Boundaries”, Durban 2003).

Le AP sono infatti strategiche nei contesti urbanizzati per la realizzazione degli obiettivi SDG 11- Sustainable cities and communities e SDG3-Good health and well-being: i processi di urbanizzazione coinvolgono territori prossimi alle AP e le stesse AP tendono a diffondersi in contesti fortemente urbanizzati. Il 13% delle aree urbane è localizzato nelle AP (Seto et al. 2013) che, per la loro multifunzionalità (Trzyna 2014), sono essenziali per la resilienza, la coesione sociale e la qualità della vita, nella direzione di quella auspicata alleanza tra natura e città già richiamata in diverse raccomandazioni e progetti internazionali (IUCN Urbes Project 2012; IUCN WCC Jeju 2012 e WCC Hawaii 2016 Resolutions).

Nonostante in Italia l’attività di pianificazione dei parchi abbia avuto una storia più recente e sia meno consolidata rispetto ad altri paesi europei (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi), essa conferma, nel quadro delle pianificazioni ambientali, una propria operatività soprattutto a livello regionale dalla metà degli anni Ottanta. Il piano del parco è infatti uno strumento complesso che considera congiuntamente aspetti ambientali, paesaggistici e territoriali e che deve dialogare con altri strumenti di governo del territorio, che incidono anche congiuntamente sul parco e sul contesto e rispondere alle nuove sfide globali (Hammer et al., 2015).

Centrale è quindi discutere le complesse interazioni tra le aree protette e i contesti territoriali, ecologici, socioeconomici, culturali, paesaggistici, che richiedono una stretta interazione della politica dei parchi con il governo e con la pianificazione del territorio; appare necessaria l’adozione di un approccio integrato, che - ispirandosi a pratiche internazionale e sperimentando nuove forme di pianificazione - sia orientato alla ricerca di forme di coordinamento tra pianificazioni e livelli, in particolare in contesti fortemente urbanizzati, oltre che di nuove forme di governance e copianificazione.

Rispetto alla pianificazione dei parchi emergono, in un’ottica di sostenibilità e operatività, temi cruciali: il rapporto tra piano del parco e pianificazione urbanistica e territoriale, l’interazione tra piano del parco e piano paesaggistico, oltre che la valutazione dell’efficacia di gestione delle AP, ossia della capacità di rispondere agli obiettivi di conservazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici, oltre che dei valori sociali, economici, culturali ad essi associati.

Questo tema è rilevante anche nel campo della pianificazione territoriale, con riferimento anche al ruolo dei servizi ecosistemici nel territorio ordinario come “bridging concepts”, espressione della diffusa consapevolezza della necessità di integrare i temi ambientali nelle politiche territoriali, oltre che strumento importante per la definizione, attuazione e comunicazione di politiche sostenibilità, capaci di coniugare efficacemente conservazione e sviluppo, mettendo dunque in luce il valore aggiunto che gli ecosistemi forniscono alla società e all’economia. Questa potenzialità è ovviamente strettamente relazionata alla esplicitazione della loro valutazione, mappatura, comunicazione e possibile “pagamento”, al cuore di diverse iniziative di ricerca e istituzionali (tra MEA, 2005; TEEB,

 

2010) per lo sviluppo di politiche di pianificazione (Albert et al., 2017; Von Haaren et al., 2016), a scala vasta come locale, nell’ottica di garantire un alto livello di biodiversità. In una prospettiva progettuale, la valutazione dei servizi ecosistemici è uno strumento di particolare utilità per la qualità del territorio, la salute, la resilienza, supportando l’individuazione di aree strategiche per la rete ecologica, il progetto delle infrastrutture verdi e blu, di cui vengono evidenziate le potenzialità in termini di fornitura di servizi ecosistemici, ma anche di valori paesaggistici, fruitivi ed economici.

 

 

Dudley et al., 2017, “Editorial Essay: Protected Areas and the Sustainable Development Goals”, in

Parks Vol. 23.2, 2017.

Seto K. C., Parnell S., and Elmqvist T., 2013, “A Global Outlook on Urbanization”, in Urbanization, Biodiversity and Ecosystem Services: Challenges and Opportunities. A Global Assessment, Springer.

Trzyna, T., 2014, Urban Protected Areas: Profiles and best pracce guidelines, Best Practice Pro- tected Area Guidelines Series No. 22. Gland, Switzerland, IUCN.

Albert C., Geneletti D., Kopperoinen L., 2017, “Application of ecosystem services in spatial planning”

, in Burkhard B., Maes J. (a cura di), Mapping Ecosystem Services, Pensoft Publishers, Sofia,.

Hammer T., Mose I., Siegrist D., Weixlbaumer N. (eds.), 2015, Parks of the Future. Protected Areas in Europe Challenging Regional and Global Change, oekom Verlag, Munchen, pp.71-84. - ISBN:978-3-86581-765-5.

Von Haaren, C., Albert, C., Galler, C, 2016, “Spatial and Landscape planning: A place for ecosystem services” in Potschin M., Haines-Young R., Fish R. Turner R.K. (a cura di), Routledge Handbook of Ecosystem Services, Routledge, London and New York, pp. 568-578.

Voghera A., Negrini, G., Salizzoni, E., 2016, “Aree protette e Parchi Naturali”, in Properzi P. (a cura di) Rapporto dal Territorio 2016 - INU CRESME, pagine 221-230.

 

Un “Patto rigenerativo” del capitale territoriale italiano

A "regenerative pact" of Italian territorial capital

Discussant: Sandro Fabbro, Coordinatore: Carlo Gerundo

Sessione 9

Le questioni che vorremmo discutere nella sessione sono le seguenti:

a.  negli ultimi dieci anni si è reso più che mai evidente lo stato di grave vulnerabilità sistemica delterritorioitalianodifonteacrisisiaditiporepentino(“disastrinaturali”comeiterremoti o artificiali come il crollo del ponte Morandi) sia a più lunga maturazione (crisi economica, crisi demografica, crisi ambientale, crisisanitaria).

b.  Si è detto “vulnerabilità sistemica” perché non si tratta solo di vulnerabilità degli edifici (che, per più del 50%, superano i 60-70 anni di vita); né solo delle infrastrutture; né solo di singole porzioni del territorio più esposte ai vari rischi. La vulnerabilità è sistemica perché riguarda ormai vaste parti del territorio nazionale spesso coincidenti non più solo con aree marginali ma ormai anche con ampi contesti urbanizzati.

c.  Questa situazione costituisce ormai la prima emergenza del Paese perché è all’origine di cri- ticitàgravicheriguardanolasicurezzadegliabitanti,lapermanenzaelosviluppodelleattività economiche, la permanenza delle popolazioni nei loro insediamenti e, in ultima analisi, le condizioni di base dell’equità e della giustizia sociale eterritoriale.

d.  La ricostruzione di un potenziale di resilienza territoriale in Italia può diventare il più grande “piano urbanistico” (nel senso che riguarderebbe il complesso delle strutture fisiche del territorio), il più grande “piano economico” (nel senso che rilancerebbe tutte le filiere legate, direttamente o indirettamente, con le attività di costruzione e valorizzazione del territorio) e il più grande “piano sociale” (nel senso che ridarebbe speranze e fiducia alle comunità sparse nelle città e nei centri minori) che il Paese abbia mai affrontato dalla ricostruzione post-bellica in poi.

Una domanda preliminare è, tuttavia, d’obbligo. Perché un Paese moderno e democratico, che possiede una valida Carta costituzionale e che, grazie anche al suo ordinamento regionale ed autonomistico, ha sempre sviluppato molta pianificazione del territorio, non è riuscito a radicare e garantire nei decenni una prassi di sistematica ed efficace prevenzione dei rischi?

Il problema non sembra essere tanto di risorse finanziarie quanto culturale e politico. Infatti, se solo si investisse, per la conservazione e rigenerazione resiliente del capitale territoriale esistente, l’1% all’anno del valore immobiliare privato esistente (i soli edifici privati valgono più di 5mila miliardi di euro) avremmo investito, in dieci anni, 500 md di euro, cambiando altresì il volto dell’Italia.

La risposta sembra essere un’altra. Delle tre fasi di ogni processo di “governo del territorio” che voglia rispondere efficacemente a rischi presenti e futuri (a. quella di prevenzione-mitigazione degli effetti dei possibili eventi catastrofici; b. quella di emergenza-protezione nella fase di immediato post-disastro e c. quella di ricostruzione vera e propria post-disastro), In Italia non si è mai voluto riconoscere, forse perché distribuisce pochi “dividendi” immediati alla politica ed alla economia, proprio la fase della prevenzione. E ciò ha impedito ogni programma atto a rendere resiliente il territorio italiano e ha finito per aumentare la vulnerabilità.

Bisognerebbe ridare il posto che merita alla prevenzione e riconoscere che si tratta di un grande investimento sociale e a lungo termine. Nella sessione vorremmo provare a immaginare e discutere i lineamenti di un “Patto per la rigenerazione resiliente del capitale territoriale nazionale” orientato ad un sistematico e capillare piano di prevenzione dell’intero territorio italiano e su cui instradare i Comuni, le Regioni, i proprietari di case, i costruttori, le banche, le agenzie di protezione ambientale ed antisismica ecc..

 

Salute della città e infrastruttura verde urbana

Health of City and urban green infrastructure

Discussant: Massimo Angrilli, Coordinatrice: Emanuela Coppola

Sessione 10

In Europa, negli ultimi vent’anni, il verde è diventato un elemento essenziale della pianificazione sia a scala metropolitana che comunale. Ne è un esempio il noto piano delle infrastrutture verdi di Londra (Coppola 2016) ma si sono moltiplicati i casi in Europa: dalla strategia di adattamento ai cambiamenti climatici di Almada (Portogallo) alla rete di infrastrutture urbane verdi per la biodiver- sità forestale ad Helsinki (Finlandia), dalla pianificazione dell’infrastrutture del verde urbano di Utrecht (Paesi Bassi) al Piano verde-blu di Malmö (Svezia), dallo sviluppo della rete verde urbana con l'aiuto di assistenti sociali a Berlino a dimostrazione che oramai in Europa la pianificazione del verde rappresenta una leva strategica per la qualità della vita nelle aree urbane.

Numerosi sono i benefici che la creazione di infratruttura verde potrebbe apportare alle nostre città da quella ecologica, ambientale a quella igienico – sanitaria e protettiva, da quella sociale e ricrea- tiva, a quella culturale e didattica e non da ultima, quella economica, fino anche all'importantissimo ruolo del verde dal punto di vista bioclimatico, visto che l'evapotraspirazione prodotta dalle piante può contribuire ad una sensibile mitigazione della temperatura estiva nelle aree urbane.

In Italia, invece, la pianificazione del verde assume ancora un ruolo marginale anche se è diffusa la percezione di una scarsa qualità dell’aria, di un pessimo trasporto pubblico e privato, di una forte dispersione della risorsa idrica, dei rifiuti, di un continuo consumo di suolo e di una cattiva gestione del patrimonio arboreo e naturale incidono notevolmente sulla qualità della vita dei cittadini.

 

Nonostante ciò gli strumenti di pianificazione, soprattutto a livello comunale, considerano il verde un elemento trascurabile nei processi di programmazione territoriale, computabile quasi unica- mente per soddisfare gli standard urbanistici.

Questa sessione vuole raccogliere casi di costruzione del verde urbano includendendo oltre ai casi di pianificazioni, quelli di urban forestry e di parchi urbani.

 

Rimettere l’abitare equo al centro del progetto pubblico

Social Housing

Discussant: Laura Pogliani, Coordinatore: Michele Grimaldi

Sessione 11

L’accesso equo alla casa rappresenta il motore della rigenerazione urbana e un contributo essenziale per il riequilibrio delle disparità sociali, che oggi sono indubbiamente un fattore di instabilità sociale in crescita soprattutto nei grandi centri urbani. Del resto, la questione abitativa costituisce un aspetto primario del welfare materiale di cui l’INU si è sempre fatto carico nella sua lunga storia di dibattiti, pubblicazioni, costruzione di politiche e di proposte legislative. Per queste ragioni è decisivo per l’Istituto indagare le condizioni abitative delle città e dei territori e discutere politiche, piani e pratiche che ne trattano, a maggior ragione nel contesto attuale in cui emergono nuove fragilità.

Da tempo i numeri sulla povertà e sulle difficoltà di disporre di un alloggio per larghe fasce sociali sono preoccupanti (Nomisma, 2016; Istat, 2019) e le condizioni conseguenti alla pandemia non possono che acuire il problema della casa accessibile. La questione attuale presenta molteplici aspetti.

Nel settore delle locazioni il costo degli affitti sul libero mercato risulterà impervio per un numero crescente di famiglie, che risiedono soprattutto nelle città metropolitane (Rapporto dal Territorio, 2019) e che soffri- ranno di ulteriori riduzioni dei redditi. Di conseguenza una notevole e diffusa crisi di insolvenza dei locatari avrà ricadute sulla piccola e media proprietà e sulle cooperative e ne risentirà il mercato ordinario di lungo periodo e quello transitorio.

Altrettanto preoccupante è lo scenario per la parte di patrimonio pubblico residenziale, che attende da decenni una politica e un programma a sostegno di investimenti per il potenziamento, la riqualificazione urbana ed edilizia, l’efficientamento energetico e la messa in sicurezza.

Da questo quadro emerge l’indifferibilità di una seria politica di rilancio dell’edilizia sociale e di rigenerazione ecologica delle città avviata, seppure debolmente, con il Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare (a seguito della Finanziaria 2020) ma ora travolta dall’emergenza.

Altrettanto necessaria è una forte attenzione negli strumenti urbanistici locali e di scala vasta per la realizza- zione di un programma articolato di interventi, che si proponga il riequilibrio tra proprietà e affitto, nelle sue diverse dimensioni sociali e ovviamente in relazione anche ai diversi contesti territoriali (Fregolent, Pogliani, 2018). Ad esempio, l’occasione della pianificazione metropolitana, oggi fin troppo debole, potrebbe risultare proficua per definire contenuti e localizzazione degli insediamenti di rilevanza sovracomunale (tra i quali merita insistere sui programmi di edilizia sociale) sostenuti da un credibile programma di perequazione territo- riale.

Il fronte dell’housing sociale, che in questi anni ha saputo intercettare i mutamenti delle caratteristiche strutturali della domanda, offrendo risposte sostenute da una pluralità di soggetti anche privati, è stato in grado di innovare le pratiche e di proporre alcune soluzioni sperimentali (come quelle della gestione sociale dei quartieri), esperienze da cui attingere per rendere maggiormente efficiente anche la tradizionale sfera dell’edilizia pubblica.

Questa sessione dovrà coinvolgere diversi attori sociali e responsabili nel settore delle politiche abitative, alle diverse scale, al fine di valutare processi e esiti delle politiche pubbliche in corso e di interrogarsi sulle prospettive di integrazione tra casa economie locali e welfare (dotazione e accesso ai servizi).

 

 

Fregolent L., Pogliani L., 2018, La costruzione del problema casa e il ridisegno della regia pubblica, In M.Talia (a cura di), Il bisogno di giustizia nella città che cambia, Planum Publisher, Roma-Milano, p.101-118.

Istat, 2019, Le statistiche dell’Istat sulla Povertà. Anno 2018

 

Nomisma, 2016, Dimensione e caratteristiche del disagio abitativo in Italia e ruolo delle aziende per la casa. Documento di sintesi. https://www.federcasa.it/allegati/KZvkdtbvyC8

INU, 2019, Rapporto dal Territorio, vol.2, Inu Edizioni, Roma. http://www.inu.it/leggi/10222/rap- porto-dal-territorio-2019.html

 

Densità e Pandemie

Density and Pandemics

Discussant: Maurizio Tira, Coordinatori: Alessandro Sgobbo, Rosalba D’Onofrio

Sessione 12

La recente pandemia, oltre ad incidere profondamente sulle abitudini di vita, ha rimesso in discussione principi su cui la disciplina urbanistica pareva avere ormai raggiunto sostanziale convergenza. La densità della città, da molti ritenuta strategia chiave per raggiungere obiettivi di sostenibilità, efficienza dei servizi e sviluppo economico-sociale, comincia a confrontarsi, nella riflessione di chi teme il “rischio città”, con ipotesi di ritorno a configurazioni insediative meno dense, ereditate dal passato.

E’ un confronto fecondo che suscita numerosi interrogativi nella comunità scientifica, tra chi sottolineando l’insussistenza di una antitesi tra densità e salute, vi individua, piuttosto, un’occasione di rigenerazione per rendere le nostre città eque, economiche, sostenibili, sane oltre che dense, creative, diverse e chi, d’altra parte, propende per modelli insediativi dotati di intrinseca sicurezza rispetto alle pandemie ma anche di una maggiore compatibilità, almeno apparente, con l’assetto tradizionale del territorio.

Di fronte a queste domande la disciplina urbanistica è chiamata a riflettere, indagando sia le cause dell’impreparazione delle città ad affrontare i rischi e le emergenze, sia le potenzialità che il lock- down, ha messo in luce: strade e aree pubbliche libere dal traffico; il ritorno della natura; la riduzione dell’inquinamento; il ritrovato piacere per la mobilità dolce e lo sport all’aperto; l’opportunità e i rischi del lavoro agile; il bisogno di socializzazione e comunità. Le lezioni apprese sono diverse e non devono essere disperse, così come non va trascurata l’opportunità di interrogarsi sulla “giusta dimensione urbana”.

Questo position paper vuole porre l’attenzione su alcune e diverse declinazioni della densità urbana, per verificare la possibilità che in esse si intravedano le chiavi per rigenerare le città rendendole più flessibili e adattabili ai cambiamenti che il futuro ha in serbo per noi. Tra queste:

 

  1. Città dense e consumo disuolo

Il risparmio nel consumo di suolo è tra i principali driver delle strategie di densificazione urbana. Nonostante da più parti si ricordi che alcune aree risultino già fortemente congestionate, la lettura del dato cambia radicalmente laddove il calcolo prenda in considerazione il rapporto abitanti/area urbanizzata. E’ il caso, ad esempio, della Città Metropolitana di Napoli. Nota per avere la più alta densità abitativa del paese, con oltre 2.600 ab/kmq, si pone, viceversa agli ultimi posti se si tiene conto dell’immenso spreco di suolo che ne ha caratterizzato lo sviluppo con circa 50 abitati per ettaro di territorio urbanizzato. Le metropoli mediterranee così come le aree di Milano, Bologna e Reggio Calabria, per citarne alcune, vivono un’analoga contraddizione: luoghi in cui è troppo tardi per limitarsi a contrastare nuovo consumo di suolo, occorrendo piuttosto interrogarsi sulle reali opportunità che la densificazione offre per un restauro ecosistemico.

 

  1. Città dense esmart

Nonostante il concetto di densità sia sottoposto a un’intensa riflessione a causa dell’attuale necessità di distanziamento sociale, sappiamo che nelle fitte aree urbane, la copertura di Internet a banda larga è assicurata, i servizi di consegna porta a porta sono comodamente disponibili a prezzi competitivi, è più facile per i

 

residenti rimanere a casa ed evitare contatti inutili. La densità può essere oggi reinterpretata alla luce dell’evoluzione delle smart cities che non vanno intese, in maniera riduttiva, solo come “città digitali”, ma come gestione intelligente degli insediamenti: delle attività economiche, della mobilità, delle risorse ambientali, delle relazioni tra le persone, delle politiche dell’abitare e della salute pubblica. Le misure di COVID-19 sono un’occasione per sviluppare un tessuto digitale forte, realizzando una maggiore organizzazione e gestione dei nostri servizi di base, delle connessioni sociali e delle pratiche sostenibili e potrebbero fornire esperimenti interessanti e replicabili.

 

  1. Citta dense e modellopolicentrico

La densità offre efficienza, opportunità per il benessere e contatti sociali, se applicata in modo ponderato. Il modello policentrico, nelle sue più recenti declinazioni, sembra interpretare al meglio questa dimensione. Alcune città europee si sono poste l’obiettivo di “progettare” ambienti vivibili, dove tutto è disponibile a poca distanza e in poco tempo. Pochi minuti e pochi metri per fare la spesa, per portare i figli a scuola, per andare a lavorare, al parco, per tutte le funzioni sociali del quotidiano. Un modo di vivere post-auto che riporta al centro la vita di quartiere e i rapporti tra le persone. Si ridurrebbero così il traffico, i livelli di inquinamento, la congestione; si valorizzerebbero i rapporti di vicinato e si metterebbero le basi per un diverso stile di vita. Il mix di usi, la ridondanza di alcuni servizi ed attrezzature, diffuse e non più concentrate, favorirebbero una economia e una società che si nutrono di interdipendenze, in grado di aiutare i residenti a soddisfare i bisogni di base e a vivere una vita più piena e più sana.

 

  1. Città dense e spazioaperto

Vedendo il modo in cui le persone hanno rivendicato l’uso di parchi, greenway e piste ciclabili nelle ultime settimane, costringendo le autorità a chiuderli per evitare gli assembramenti, ci si chiede se le dimensioni, la quantità, la prossimità e l'interconnessione degli spazi aperti siano adeguati alle esigenze di oggi e di domani. COVID-19 ci ha portato a sviluppare un apprezzamento più esteso del potenziale sociale e terapeutico dello spazio aperto, come l'occasione per una migliore qualità dell'aria e una maggiore attività fisica, tra gli altri vantaggi. La pianificazione urbanistica deve inter- rogarsi sull'idea che gli spazi aperti siano un investimento per la salute pubblica. Centrale in questo ragionamento è il ruolo delle infrastrutture verdi e blu a cui sono strettamente legate le politiche e le azioni finalizzate all’adattamento climatico, che tanti legami ha con la salute urbana. Alcune città si stanno attrezzando in tal senso, lavorando sulla presenza di spazi verdi sotto casa, di spazi intermedi, con la previsione di usi complementari a livello del suolo, occupando lo spazio pubblico per sostenere la vendita al dettaglio e i servizi per i residenti. Il risultato è un mix di usi che crea efficienza, promuove il benessere e la sostenibilità e stimola una maggiore densità.

 

  1. Città dense emobilità

Una strategia che vede convergere nella direzione di una città più sostenibile e vivibile dovrà confrontarsi con le nuove esigenze di spostamento. Si dovrà lavorare per realizzare strade più protette e fruibili da parte di tutti, offrendo nuovi spazi pubblici per grandi e bambini, incentivando la mobilità dolce a piedi, in bicicletta, ecc. attraverso un'offerta diversificata, complementare e alternativa al trasporto pubblico e all'auto privata. Non si tratta solo di percorsi ciclabili, sarebbe troppo riduttivo, si tratta di progetti pensati per il miglioramento della qualità dello spazio pubblico e della vita nei quartieri. Si tratta, anche in questo caso, di cambiare i ritmi della città nella ricerca di un “nuovo ordinario”, individuando anche soluzioni temporanee, economiche ed efficienti.

 

  1. Città dense eresilienza?

Il Rapporto della struttura di missione Casa Italia ha stimato in 290 miliardi di Euro la spesa sostenuta per gli interventi riparativi e rigenerativi conseguenti alle grandi catastrofi che hanno colpito il paese

 

negli ultimi 70 anni. La cifra, tuttavia, è parziale. Non tiene conto delle perdite di produttività del sistema economico; non capitalizza i costi sociali legati alle vittime né quelli necessari alla cura dei sopravvissuti; trascura, la perdita di inestimabili valori del patrimonio culturale. Nelle città si concentrano i danni più rilevanti. Ma le città sono anche il luogo in cui maggiore è l’urgenza di sostenibilità ecologica ed efficienza. La densificazione delle aree centrali è una delle strategie a tal fine perseguite. Oltre ad indubbi benefici sul consumo energetico, sistema della mobilità e concentrazione di servizi, pare la chiave per attrarre gli ingenti investimenti a ciò necessari. Nella recente pandemia è tuttavia emerso un dubbio: densità e resilienza sono obbiettivi convergenti?

 

  1. Città dense ed areeinterne

La crescita delle grandi città pare contrastare la sopravvivenza dei piccoli nuclei interni drenando abitanti attratti dalle potenzialità offerte in termini di socialità, sviluppo economico, assistenza sanitaria e servizi generali. Nella comunità scientifica si confrontano le posizioni di chi individua nella densificazione dei centri urbani un ulteriore incentivo all’abbandono delle aree interne con il con- seguente deficit di presidio territoriale e la compromissione di valori culturali e paesaggistici irrinunciabili e chi, viceversa, assumendo che la concentrazione agirebbe prevalentemente sulla dispersione urbana delle periferie metropolitane, considera i benefici ecologici che ne deriverebbero in- dispensabili anche per preservare il delicato equilibrio ambientale alla base di quei valori.

 

Il progetto urbanistico e di paesaggio per i territori dell’abusivismo. Esperienze re- centi e tracce d’innovazione, verso un maggior benessere e una maggiore sicurezza degli insediamenti

The urban and landscape project for illegal territories

Discussant: Angela Barbanente e Michelangelo Russo, Coordinatori: Enrico Formato e Federico Zanfi

Sessione 13

La rigenerazione del territorio italiano è sempre più vista come una stringente necessità, anche in considerazione delle nuove prospettive stimolate dalla recente emergenza sanitaria.

Tuttavia, ben note sono agli studiosi, ai progettisti e agli amministratori, le difficoltà connesse con la messa in opera di un progetto di modificazione che vada al di là della semplice manutenzione degli insediamenti esistenti, nella prospettiva di una trasformazione di pezzi di città e di territorio non più adeguati alle esigenze della contemporaneità – alle sfide della sostenibilità ambientale, della giustizia spaziale e della accessibilità. Per i “territori dell’abusivismo”, questa prospettiva e queste sfide, anche più urgenti a causa delle condizioni di particolare problematicità della condi- zione di fatto, sembrano ulteriormente più complesse.

Seppure localizzato soprattutto nelle regioni del centro-sud, il fenomeno dell’abusivismo (che ha prodotto, a partire dagli anni del boom, veri e propri pezzi di città non pianificata), costituisce una questione di rilevanza nazionale per almeno tre motivi: innanzitutto per ragioni quantitative, in quanto una porzione cospicua della popolazione residente al Meridione, vive in contesti di questa fattispecie; per l’impatto sul benessere degli abitanti causato dalla bassa qualità di quartieri sprov- visti di servizi, appoggiati su infrastrutture di base cresciute incrementalmente, spesso senza alcuna attenzione al rispetto di standard prestazionali minimi; per l’impatto sull’ambiente e sulla qualità paesaggistica dei territori, a danno dell’attrattività turistica; per l’irrazionalità insediativa, che de- termina malfunzionamenti dagli effetti negativi sulle scelte localizzative delle attività produttive.

Risolvere questi nodi problematici può costituire una eccezionale opportunità per aprire una sta- gione di benessere – in senso lato ma anche con specifica attenzione alle questioni emerse negli ultimi mesi – e assegnare nuove condizioni di abitabilità a molte aree del paese. Gli interventi di rigenerazione territoriale e paesaggistica potranno venire sostenuti dagli investimenti pubblici

 

stimolati dalle cospicue risorse stanziate per il post-Covid. Tuttavia, al fine di non dissipare le risorse impiegate, questo cantiere di ricostruzione non dovrebbe a nostro avviso limitarsi a di semplice ma- quillage, ma ambire all’innesco di trasformazioni territoriali più strutturali e di lungo periodo, e la definizione di nuovi e sostenibili stati di equilibrio tra natura e città.

C’è bisogno, dunque, di portare avanti e definire le ricerche sul progetto urbanistico e di paesaggio per questi territori, interrogandosi sia sull’architettura decisionale e attuativa che renderanno pos- sibili le trasformazioni (si vedano al riguardo le proposte contenute nel volume Territori dell’abusi- vismo. Un progetto per uscire dall’Italia dei condoni. Donzelli, 2017), sia sui modelli urbani e paesag- gistici di volta in volta adattabili ai contesti in cui i progetti prenderanno forma.

In occasione della XII Giornata di Studi dell’Inu invitiamo gli studiosi, i progettisti e gli amministratori locali a presentare i propri avanzamenti di ricerca, in chiave propriamente operativa, utili per discu- tere su di un più organico approccio al tema del progetto dei territori dell’abusivismo. Questo, alla luce delle più recenti dinamiche di trasformazione che stanno investendo tali territori e ponendo una particolare attenzione agli aspetti relativi al benessere urbano, alla salute degli abitanti e alla sicurezza degli insediamenti.

 

Reti della mobilità dolce per il benessere ambientale e l’inclusione

Soft mobility networks for environmental well-being and inclusion

Discussant: Iginio Rossi, Coordinatore: Isidoro Fasolino

Sessione 14

Il tema della mobilità è storicamente presente nelle attività e negli studi dell’INU in una accezione per lungo tempo coincidente con il tema delle tradizionali infrastrutture fisiche, stradali e ferroviarie, e il cui approccio ha riguardato principalmente il loro reciproco condizionamento rispetto agli usi e alle destinazioni funzionali del suolo.

La mobilità dolce è rimasta a lungo sullo sfondo, quasi come conseguenza implicita rispetto alla tematica delle reti che si arricchiva di connessioni con altre rilevanti questioni: aree metropolitane, grandi eventi, commercio, progetto urbano, paesaggio, turismo, sviluppo locale e welfare.

Con il Congresso INU di Bologna 2012 emergeva la necessità di contrastare le patologie della città contemporanea connesse alla dispersione insediativa, prevedendo nuovi sistemi di mobilità sostenibile e, al tempo stesso, la realizzazione di una rete ecologica in grado di mettere in relazione le aree di alto potenziale ambientale.

In occasione del Congresso INU Cagliari del 2016, nel Paese che vorrei, fu presentata Città accessibili a tutti, un’iniziativa finalizzata alla costruzione di uno spazio collaborativo, su indirizzi, esperienze e prospettive di miglioramento del funzionamento urbano.

Più recentemente, il tema della mobilità dolce ha avuto una rapida maturazione affermandosi come uno dei temi portanti dell’INU, superando la condizione di nicchia e finendo per toccare tutti gli aspetti della pianificazione territoriale e della progettazione urbana.

Numerosissime sono oggi le iniziative INU in cui la mobilità dolce è protagonista. Solo per citarne alcune, abbiamo: Urbanpromo, Festival per le città accessibili, Biennale dello spazio pubblico, Città accessibili e mobilità dolce, Le università per l’accessibilità a 360°, e ormai numerosi seminari e work-shop territoriali.

In particolare, l’INU insieme a importanti partner, sta sviluppando Reti per la mobilità dolce e, appunto, Città accessibili a tutti e il relativo Atlante (http://atlantecittaccessibili.inu.it/). Si tratta di due progetti pilota che coinvolgono un ampio e articolato raggruppamento di enti nazionali, regionali, locali, pubblici, privati, associativi, di categoria, ecc. Tali progetti si propongono di affrontare, nell’ambito della pianificazione e programmazione urbanistica e territoriale, il complesso e articolato panorama che ruota intorno alla mobilità dolce.

La mobilità dolce considera i percorsi per gli spostamenti a basso impatto (pedonali, ciclabili, ippici, vie d’acqua, ferrovie lente). La dotazione di tali tipi di percorsi costituisce un importante indicatore per misurare la qualità della vita contribuendo, al tempo stesso, a una maggiore sostenibilità dello sviluppo di città e territori, a condizione però che la stessa si configuri una rete integrata nel sistema della mobilità.

È noto come la diffusione della mobilità ciclo-pedonale in ambito urbano contribuisce alla riduzione dell’inquinamento e offre occasioni di recupero dei vuoti urbani che richiedono un’efficiente integrazione con il contesto insediativo. Tanto più in questa fase di lenta uscita dall'emergenza Covid, le città italiane, ed in particolare la città capoluogo, sono chiamate ad offrire in tempi rapidi soluzioni integrate per la mobilità, in grado di garantire, nel contempo, sicurezza di viaggio e rispetto delle norme sul distanziamento sociale; se il servizio di TPL può sicuramente offrire parte delle soluzioni, esso va supportato da iniziative che diversifichino le opportunità di mobilità “di ultimo miglio”, valide cioè nelle tratte finali degli spostamenti verso i poli attrattori di domanda.

In ambito extraurbano, segnatamente per le are marginalizzate, la mobilità dolce assume una importanza strategica per lo sviluppo di nuove forme di turismo e di attività per la salute e il benessere che hanno nella fruizione del paesaggio e dei beni culturali delle straordinarie leve di innesco di processi di crescita economica. Nel post Covid, è possibile che la precauzione del distanziamento sociale possa rendere protagonisti della ri-nascita proprio di aree interne, a bassa densità, che possono offrire modelli di “vacanza salutare” basati sulla percorrenza lenta di territori di alto valore paesaggistico/storico/ambientale, in questa fase più appetibili rispetto ai modelli di turismo di massa offerti da aree fortemente urbanizzate, costiere e non.

Le esperienze maturate sino ad oggi pongono in evidenza l’importanza di costruire il sistema dell’accessibilità superando la logica del singolo intervento per il traguardo di una elevata qualità insediativa complessiva. Le esperienze più avanzate si spingono nell’implementazione delle relazioni con le altre reti in una visione integrata dei sistemi della mobilità con ambiente, paesaggio, promozione culturale e turistica, sviluppo e valorizzazione delle città e dei territori.

In questo contesto le reti della mobilità dolce per città e territori accessibili a tutti sono indicatori del grado di benessere ambientale che attiene ai diritti umani e alla loro attuazione contribuendo a qualificare con forza le prestazioni fruibili dalle persone, prestazioni che agiscono nella direzione di realizzare luoghi inclusivi.

Naturalmente, anche altre discipline si occupano del tema dell’accessibilità: architettura, mobilità e trasporti, gestione dei beni culturali, sociologia, tecnologie digitali, comunicazione, ecc. Tutte queste attenzioni, laddove si traducono in programmi e interventi, risentono tuttavia di una carenza nei confronti dell’integrazione e del coordinamento tra loro e con l’armatura urbanistica e territoriale più generale.

La presente call si rivolge ad enti, professionisti e studiosi e intende raccogliere le iniziative avviate, in corso o realizzate in tale ambito, sia in termini di casi di studio che di elaborazioni teoriche e di ricerca.

Sarà di grande interesse esaminare le esperienze che saranno presentate attraverso: gli aspetti inerenti l’inserimento nel sistema (rete) urbano e territoriale; il ruolo degli attori e promotori, pubblici e privati; le modalità attuative e criticità gestionali, opportunità e prospettive, dedicando particolare attenzione al processo che ha portato alla formazione dell’esperienza, agli strumenti adottati per svilupparla, ai finanziamenti utilizzati per realizzarla e, infine, quali prospettive vengono ipotizzate per la prosecuzione dell’intervento e le eventuali integrazioni necessarie per favorire il successo dell’esperienza stessa.

La call si basa sulla convinzione che è necessario riflettere su un approccio che favorisca una visione integrata del tema della mobilità inquadrata nella visione di città e territori accessibili a tutti, luoghi per il benessere ambientale e quindi inclusivi, attraverso il recupero anche in chiave storica delle esperienze e la definizione di politiche e strategie condivise per il futuro.

 

Gestione dei Rischi, pianificazione e sviluppo sostenibile. Fare prima o dopo?

Risk management, planning and sustainable development. Doing before or after?

Discussant: Fausto Guzzetti  (DPC), Franco Nigro (INU),  Coordinatore: Endro Martini (Alta Scuola)

Sessione 15

Aprendo la pagina Web del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile alla sezione "Attività sui Rischi" s'individuano nove categorie di Rischio: sismico, vulcanico, meteo-idro, maremoto, incendi, sanitario, ambientale, nucleare, industriale. L'approccio alla gestione dei rischi è stato in passato assai simile a quello di un soccorso portato a "incendio avvenuto e ancora in corso" senza pianificare per tempo in termini di "prevenzione" (dal verbo prevenire: anticipare, precedere, fare qualcosa prima; ostacolare, contrastare, impedire che accada qualcosa; avvisare, avvertire, informare in anticipo).

Accolta e metabolizzata, a valle di troppi disastri, la formula del Rischio (qui semplificata come R = P X E dove P = probabilità che un fenomeno si produca moltiplicato per E = insieme di beni e persone esposte in una determinata area) la pianificazione dell'emergenza e della prevenzione della gestione dei rischi, si è andata sempre più diffondendo a livello nazionale e internazionale quale parte "decisiva" nella ripianificazione urbanistica e nella pianificazione dello sviluppo locale. Prevenzione dunque, che necessita conoscenza dettagliata del territorio per fare previsione (ove possibile) pianificazione, preparazione, soccorso, informazione e comunicazione.

In questo campo si sta sviluppando, dagli anni 2007/2008, la Pianificazione della Prevenzione Multirischio che, già nella fase di analisi e di redazione è in grado di fornire elementi importanti al pianificatore sia della mitigazione dei rischi sia della rigenerazione urbana e territoriale e quindi al pianificatore dello sviluppo sostenibile. Ci si ispirerà in questa sezione al Quadro di Riferimento di Sendai per la Riduzione del Rischio di Disastri 2015-2030, adottato a Sendai, Giappone, il 18 marzo 2015, in occasione della Terza Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite, e ai punti 11.b e 13.1 dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile del programma ONU. Obiettivo sarà di raccogliere esperienze italiane, fatte anche all'estero, in materia di pianificazione multirischio per un confronto a livello nazionale sulla gestione dei rischi, con particolare riferimento a quelli naturali, all'interno della ripianificazione, rigenerazione e sviluppo.

 

Per una rigenerazione urbana capillare resiliente.
Agricoltura urbana e di prossimità per la ricostruzione del paesaggio e per la creazione di servizi ecosistemici, generatori di crescita economica e sviluppo occupazionale.

Resilient capillary urban regeneration. Urban and proximity agriculture for the reconstruction of the landscape and for the creation of ecosystem services

Coordinatore: Roberto Gerundo

Sessione 16

A valle della fase di crescita delle città per espansione urbana di margine, densa e compatta, scarsamente attrezzata, ascrivibile a tutti gli anni ’70 del secolo scorso, i sistemi urbani hanno iniziato a slabbrarsi nelle aree periurbane ed extraurbane, generando i noti fenomeni dello sprawl e dello sprinkling.

Ciò ha determinato contesti insediativi atipici in cui si si è diffusamente abitata una campagna senza città o, anti-simmetricamente, una città nella campagna.

Ma dagli anni ’80 in poi, l’espansione urbana ha anche gemmato insediamenti edilizi compatti, lottizzazioni residenziali, edilizia economica e popolare o insediamenti produttivi che frequentemente venivano collocati a distanza dai confini del preesistente aggregato urbano, lasciando intercluse superfici territoriali anche di rilevante estensione, che sarebbero rimaste formalmente agricole.

I piani particolareggiati, sulla cui base venivano approvati progetti quali di Piani di edilizia economica e popolare o i Piani degli insediamenti produttivi, erano, inoltre, molto prodighi di spazi pubblici o di uso pubblico, finalizzati alla realizzazione di attrezzature di base e di funzioni superiori che, non di rado, non sarebbero stati più realizzati per progressiva carenza di finanziamenti pubblici o intervenuto disinteresse dell’investitore privato.

Le suddette superfici sono rimaste spesso abbandonate, aspirando a diventare costruibili o, in alcuni pochi casi, oggetto di residuali o occasionali attività agricole.

Nei piani urbanistici, è proseguita la tendenza a immaginare forme di ricongiungimento urbano, proponendo ipotesi di saldatura insediativa che non si sarebbero quasi mai realizzate a causa di una debolezza ormai cronica della domanda presente e, presumibilmente, anche in futuro, di lunga durata.

Nel frattempo, vengono a maturazione nuove condizioni e prospettive per un più virtuoso assetto del territorio. La limitazione del consumo di suolo comincia a diventare riferimento delle politiche nazionali e regionali e, nella pianificazione locale, si vanno assumendo sempre più diffusamente obiettivi tesi a perseguirla.

Analogamente, le infrastrutture blu e verdi cominciano a innervare la pianificazione territoriale, comunale e locale, perseguendo la creazione di sempre più estesi servizi ecosistemici.

Infine, si sono messi in campo processi di densificazione dei suoli già trasformati, spesso esteso a loro porzioni interstiziali di piccola dimensione, contrastati da politiche orientate al soddisfacimento amatoriale e, in qualche caso, di primo sostentamento, proposto con la realizzazione in quelle aree dei cosiddetti orti urbani.

Ma come ricomporre lo smembramento dei tessuti insediativi generatosi negli ultimi 40 anni, senza consumare ancora suolo, compensando ecologicamente l’impatto ambientale determinato dalle trasformazioni urbanistiche e creando servizi ecosistemici produttivi, senza perseguire tutto ciò in deficit per la finanza pubblica e creando, al tempo stesso, occupazione non assistita e crescita economica?

Una delle modalità è incentivare la diffusione dell’attività agricola negli spazi lasciati vuoti dalla crescita urbana del secondo ‘900.

Una modalità di utilizzazione permaculturale del suolo, finalizzata a non stressare la sua capacità produttiva, fornendo prodotti orientati al consumo a chilometro zero delle famiglie e a metro zero del sistema della ristorazione di qualità.

Una modalità tesa alla valorizzazione immobiliare degli insediamenti abitativi, spesso di edilizia economica e popolare, attraverso la ricostruzione dei paesaggi interstiziali, in grado di determinare nuove panoramicità.

Una modalità capace di rilanciare il settore primario attraverso la creazione di lavoro qualificato sulla base di modesti investimenti in infrastrutture e servizi, in grado di produrre presidio del territorio, sconfiggendo l’abbandono e gli usi improprie dello stesso, spesso frequente nelle periferie urbane per sversamenti, discariche e occupazioni e costruzioni abusive.

In definitiva una modalità di rigenerazione urbana, capillare e resiliente.

 

Fra spazio dei diritti e territori delle disuguaglianze, la governance urbana

Space of rights and territories of inequalities

Discussant: Carolina Giaimo, Coordinatrici: Gilda Berruti, Raffaella Radoccia

Sessione 17

La recente pandemia non ha fatto altro che far balzare agli occhi di tutti la diffusa, difficile, condizione che la società urbana vive nella città contemporanea ove crescono l’esclusione sociale e le disuguaglianze: ciò a fronte del fatto che la pari dignità sociale di tutti cittadini sia principio fondamentale dello stesso sistema costituzionale italiano.

In particolare l’accesso, indiscriminato, di tutti i soggetti al godimento dei servizi pubblici è un diritto esplicitamente affermato negli artt. 3 (principio di uguaglianza) e 97 (principio di imparzialità) della Costituzione italiana laddove (art. 3) si riconosce la pari dignità sociale e davanti alla legge di tutti i cittadini, prescrivendo il compito di rimuovere tutti gli ostacoli che limitano ‘di fatto’ la libertà e l’uguaglianza tra di loro.

Per l’urbanistica, il tema del benessere delle comunità come parte di un più esteso discorso sul diritto alla citta (Giaimo 2019) inteso non solo come diritto a una buona qualità di vita urbana ma soprattutto a una cittadinanza attiva e consapevole (Lefebvre 1968) e alla giustizia nello spazio urbano (Talia 2018) costituisce un paradigma di primaria importanza che trova applicazione nell’armatura e nel progetto dello spazio pubblico, deputato, in attuazione dei principi costituzionali, a garantire i diritti minimi di spazi per i servizi e le dotazioni necessarie per il raggiungimento del benessere delle comunità.

Per debolezza tecnico culturale, l’Italia ha dovuto dotarsi, nel 1968, di una disciplina perentoria e ordinatoria della città pubblica (DI 1444/1968) per garantire la disponibilità di spazio per esercitare i diritti di cittadinanza, in tal modo trasferendo sugli standard urbanistici il ruolo di spazi del welfare urbano (Giaimo 2020) che – non va dimenticato – si propone di fornire e garantire diritti e servizi sociali, quali in primis assistenza sanitaria e istruzione pubblica, accesso alle risorse culturali, previdenza sociale, difesa dell’ambiente naturale.

Se è dunque noto che una fra le principali criticità delle città sono le crescenti condizioni di disuguaglianza, è altresì noto che le città sono sistemi complessi (Bertuglia e Vaio 2019) ovvero sistemi composti di molti sottosistemi e di innumerevoli elementi di tutti i tipi, i quali interagiscono secondo forme e modalità anch’esse innumerevoli e tutt’altro che lineari, in quanto non dotate di proporzionalità diretta fra causa ed effetto della causa stessa sulla dinamica del sistema. E se comunemente si dice che “i sistemi complessi sono ‘difficili da gestire’ e, ancor più, sono difficili da ‘governare dirigisticamente e rigidamente’, va da sé che le città –in quanto sistemi complessi -, sono ‘difficili da gestire’ e da ‘governare dirigisticamente e rigidamente’ “(Vaio 2020).

A questo proposito è ragionevole ritenere che introdurre il concetto di governance urbana consenta di proporre un approccio potenzialmente capace di interpretare e affrontare la complessità del fenomeno urbano.

Ciò nella misura in cui il concetto di governance si riferisce all’idea del governo in quanto attività plurisoggetto che tiene conto della molteplicità degli attori coinvolti nella gestione del territorio, a fronte del più consolidato concetto di government riguardante, invece, l’istituzione pubblica che ha l’autorità di governare (Bobbio 2002).

Appare pertanto evidente quanto la definizione della fase post-pandemia richieda di praticare forme di governance urbana per mettere in valore il sistema di relazioni che coinvolge organizzazioni, individui ed anche istituzioni e che interviene a definire scelte collettive. Adottare un approccio di questo tipo, significa evidenziare la necessità di realizzare processi di concertazione che, coinvolgendo molteplici attori nella definizione di un “progetto di città” condiviso, promuovano nuove forme di partecipazione civica e responsabile.

La Sessione si pone l’obiettivo di aprire la riflessione su ciò che si avverte come una sorta di ritrovato fermento degli attori urbani, che si concretizza nella sperimentazione di nuove forme di governance urbana, nella progettazione di politiche innovative e nell’attivazione di dispositivi che rispondano alle sfide contemporanee nel campo della condivisione. In altri termini si intende ricercare e mappare esperienze, strumenti o azioni messi in campo dai diversi attori per ridurre le disuguaglianze e/o sostenere i diritti.

In particolare si intende attivare il confronto attorno a esperienze di coinvolgimento sociale e pratiche dal basso relative ad aree e spazi destinati agli usi collettivi per contrastare le disuguaglianze in atto nei territori, centrali e periurbani, e promuovere nuovi equilibri urbani in un rapporto più o meno esplicito con la gestione urbanistica del piano; pratiche spontanee, più o meno coordinate e integrate alle forme istituzionalizzate di azione sul territorio, i cui tratti comuni sono rapidità, scarsità di mezzi, mobilitazione di gruppi, temporaneità (Gabellini 2016).

Saranno discusse ‘azioni tattiche’ promosse in forma sperimentale e da consolidare con soluzioni durevoli, assieme alla sperimentazione di nuove forme di sussidiarietà orizzontale.

Interessa, infine, discutere potenzialità e limiti di modalità di interazione innovativa nei processi di governace urbana, legate alle nuove tecnologie di info-telecomunicazione.

 

Riferimenti bibliografici

Bertuglia C., Vaio F. (2019), Il fenomeno urbano e la complessità, Bollati Boringhieri, Torino.

Bobbio L. (2002), I governi locali nelle democrazie contemporanee, Laterza, Roma-Bari.

Gabellini G. (2016), “Una scommessa”, Urbanistica 157, p. 5-7.

Giaimo C. (a cura di) (2019), Dopo 50 anni di standard urbanistici in Italia. Verso percorsi di riforma, INU Edizioni, Roma.

Giaimo C. (a cura di) (2020), “Tra spazio pubblico e rigenerazione urbana. il verde come infrastruttura per la città contemporanea”, Urbanistica Dossier online, n. 17, numero mono grafico.

Talia M. (a cura di) (2018), Il bisogno di giustizia nella città che cambia, Atti della Conferenza internazionale, Urbanpromo XV Edizione Progetti per il Paese, Milano, 23 novembre 2018, Planum Publisher, Roma-Milano.

Vaio F. (2020), “Una città giusta (a partire dalla Costituzione)”, Città Bene Comune, [https://www.casadellacultura.it/1125/una-citt-agrave-giusta-a-partire-dalla-costituzione-].

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